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Di recente, durante un intervento di messa in luce di dipinti murali nel vano adibito a sacrestia della chiesa del santuario di Sovereto – silenzioso borgo non lontano da Bari - , è affiorato un interessante ciclo pittorico che Fabrizio Vona, già direttore dei lavori di restauro effettuati tra il 2000 e il 2001, ha definito «un raro esempio di decorazione quattrocentesca che si apparenta con alcuni esempi della pittura templare» (1).
Il registro superiore dell’apparato pittorico della parete nord presenta, infatti, due quadrati incrociati tra loro i cui lati, rotati a mo’ di Sigillum Salomonis(2), configurano una stella ad otto punte, stella che, nella mistica cristiana, è tradizionalmente associata ai misteri dell’Incarnazione e della «rinascita».
Nel contempo, l’immagine del doppio quadrato, riproposta nell’architettura romanica quale ideale prolungamento nel santuario cristiano del biblico Tempio di Salomone, ci rimanda all’idea del tempio escatologico e, quindi, alla Gerusalemme celeste di cui Cristo è pietra angolare: tanto più che, sul medesimo registro, procedendo da sinistra verso destra, campeggiano un sole raggiante – «Sol salutisoccasum nesciens» – e, stilizzato fiore quadrilobato, una croce rossa ad otto punte.
Prospettive, queste, già affioranti nel ciclo di affreschi della chiesa templare di Montsaunès, nell’Haute-Garonne, dove, come ricorda lo storico dell’arte Gaetano Curzi, si ripropone «il tradizionale accostamento, sia formale che semantico, del chrismon ai corpi celesti, secondo un’assimilazione di consolidata tradizione, basata sui passi biblici che identificano Cristo come “vera stella”»(3).
Analogamente, nella grammatica figurativa della chiesa templare di San Bevignate, a Perugia, si rileva una «sequenza di allegorie cristologiche» che «dalla croce del supplizio» va «al Cristo-luce» e, quindi, «all’assimilazione di Cristo come “vera stella”» (4).
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